AL DI SOPRA DELLE CENERI

Nei boschi sopra San Giorio le baite dei pastori di un tempo si ergono ancora, dimenticate, fra gli alberi. Il muschio ricopre le pietre; il vento ammassa le foglie secche nelle stanze, dove crescono le felci. Sono riunite in piccole borgate, abitate ormai solo dagli spiriti della foresta, alcova di qualche animale selvatico.

Eppure le baite non sono da sole. Lontano dagli altri edifici, rimane il perimetro di una costruzione diversa. La forma diverge dalla pianta delle baite, come le pietre di quel che resta del muro: grandi, troppo grandi per il tugurio di un pastore – e troppo grande l’edificio in sé. Che cosa fosse, chi può dirlo? La pietra è lì da troppo tempo; persino gli alberi che crescono all’interno dell’edificio sono troppo giovani per raccontarne la storia.

La pioggia ne ha dilavato la memoria.

Ma, forse, non del tutto. C’è ancora una leggenda che circola fra gli anziani, eco di un mondo perduto. Narrano, i vecchi, che fosse successo nel medioevo.

Dicono che un vulcano sia esploso, che la pianura e la valle si siano coperte di fumo.

L’aria era irrespirabile; una caligine densa permaneva nell’aria, una nube nera come il mantello di un angelo della morte.

E la nube schermava i raggi del sole. La terra era piombata in un inverno vulcanico: le piante appassivano nel buio, i campi non producevano più. Solo regnava l’immobilità della cenere, e resti di materiale combusto si posavano a terra come fiocchi di neve.

E dicono che degli uomini siano risaliti da quel mondo di spettri, forando la grigia cortina, squarciando il velo di Maya. E dallo squarcio, quassù, apparve loro la luce del sole.

Al di sopra delle ceneri, dove l’aria era ancora respirabile e il sole scaldava la terra, qui dicono che abbiano costruito un palazzo. In un angolo remoto sulla montagna, tra le case dei pastori, via dal grigio sottostante.

Non pensavo che l’avrei mai scritta, questa leggenda dai toni foschi, ma la realtà di questi giorni, di questi secchi giorni di fine ottobre, me l’ha riportata in mente con la forza di un monito.

Ma non serve, oggi, scomodare un vulcano; non serve aspettare un’eruzione. Quella grigia cortina che avvolge il cielo sappiamo crearla noi stessi, monumento alla nostra follia – coronato da lingue di fiamme. Roghi ardenti nella notte, l’apocalisse sulle nostre montagne.

Il quarto angelo versò la sua coppa sul sole e gli fu concesso di bruciare gli uomini con il fuoco. […] Il quinto angelo versò la sua coppa sul trono della bestia; e il suo regno fu avvolto dalle tenebre.[1]

Ma dalle tenebre non può che rinascere la luce.

Quando i roghi saranno domati, quando la pioggia scenderà dal cielo come una benedizione, quando l’uomo avrà scorto il proprio volto nella devastazione del fuoco, allora la luce rinascerà sul terreno bruciato, e sarà una luce verde e viva, e avrà la forma di piccole foglie.

E ogni foglia sarà un inno alla speranza.

Σ.

 

[1] Apocalisse, 16.8,10

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